giovedì 17 settembre 2009

“Per capire un'opera d'arte ci vuole una sedia”


Quante volte nell'impatto visivo con un'opera d'arte, rimaniamo attoniti se non addirittura divertiti e ci lasciamo andare a ironici commenti del tipo “questo lo potevo fare pure io?”; anche l'opera più bella e famosa diventa alla stregua di uno scarabocchio.

Questo avviene perché spesso cerchiamo di valutarla in relazione al suo grado di similitudine con la realtà senza considerare che, l'imitazione del reale è uno stato assai complesso da raggiungere se non addirittura utopico, ma soprattutto non è nell'interesse dell'artista imitare bensì interpretare, raccontare.

L'autore quando traduce una realtà in un'immagine compie delle scelte dettate da una moltitudine di fattori; questo perché la realtà è empirica, fisica, tattile.

La rappresentazione di un'immagine invece è un sistema composto da simboli che, in quanto tali, sono frutto una di serie di fattori soggettivi come ad esempio l'immaginazione, il patrimonio culturale, lo stato d'animo, la cultura di provenienza e il gusto dell'epoca.

Elementi in continua evoluzione.

Le scelte tecniche non sono altro che strumenti comunicativi simbolici definiti linguaggio visivo, che come il linguaggio parlato o scritto, è al servizio di chi lo usa.

Se noi tutti ci dovessimo trovare a descrivere un paesaggio, ognuno di di noi userebbe parole diverse e andrebbe a focalizzare l'attenzione su di una serie di particolari rispetto che ad altri. Qualcuno descriverà minuziosamente i colori, qualcun'altro si focalizzerà di più sulla prospettiva oppure tralascerà completamente gli elementi visivi e racconterà solo le emozioni che prova difronte a quella vista, ma comunque sia, tutti noi staremo raccontando e descrivendo quel paesaggio.

Dietro ogni produzione artistica c'è un messaggio, una storia o una semplice emozione descritta attraverso un linguaggio visivo. Ed è questo che distingue un'opera d'arte, da una tela imbrattata dalle zampe di un animale: l'intenzionalità che è frutto della volontà di trasmettere un messaggio, di raccontare una visione del mondo che varia a seconda del periodo storico in cui essa è stata prodotta.

Non a caso, l'interpretazione di un'opera d'arte è completa solo quando si compie un'analisi dei diversi livelli di lettura che in essi si trovano.

Sicuramente si parte da una lettura intuitiva, in cui l'osservatore ha il primo impatto con essa: un'esperienza emozionale o empatica, che può essere di gusto, curiosità, sorpresa oppure disgusto, ilarità, di corrispondenza ad una propria immagine mentale.

La valutazione di un'immagine in relazione a giudizi arbitrari dettati unicamente dalla nostra sensibilità rimane fine a se stessa, se non è integrata da un'analisi di carattere cognitivo-tecnico.

Pertanto ad un secondo livello molto più “scientifico”, ci avvaliamo di strumenti di analisi oggettiva, ad esempio le dimensioni dell'oggetto, la tecnica, i materiali utilizzati, il nome dell'autore, il titolo, la data o l'epoca in cui l'oggetto è stato realizzato; e se vogliamo saperne di più, la struttura del campo e gli aspetti compositivi, le linee di forza, il peso, l'equilibrio, la simmetria, lo spazio, il movimento poiché sono tutti elementi che costituiscono le regole per realizzare l'espressività dell'opera.

E sono soprattutto queste valenze cognitive che ci fanno entrare nell'opera per comprenderla profondamente e sono soprattutto quelle che, in genere, non ci sono spiegate, percui molte volte ci informiamo sull'opera ma non abbiamo gli strumenti per conoscerne modalità rappresentativa profonda, che è irripetibile come ogni artista.

Dulcis in fundo l'opera va contestualizzata nell'ambiente culturale e sociale di riferimento, ovviamente è di notevole importanza anche l'analisi della personalità dell'autore del quale è indispensabile conoscere la formazione e lo stile.

Compiendo un'analisi globale, in cui vengono messi a sistema tutti questi elementi, è possibile comprendere la capacità di rielaborazione che ha quell'artista nel rivivere il suo tempo.

Fare questo genere di considerazioni diventa ancor più indispensabile se ci troviamo difronte ad un'opera d'arte moderna o contemporanea. E' molto più facile emozionarsi alla vista della Cappella Sistina, della Gioconda o del David che non difronte ad una tela tagliata di Lucio Fontana o all'orinatoio di porcellana di Marcel Duchamp.

Come spiegare questo copernicano passaggio da un'arte naturalistica ad un'arte che non lo è più o che è, addirittura, informale?

Dietro queste trasformazioni, la sociologia insegna, ci sono delle rivoluzioni tecnologiche e dei radicali cambiamenti della visione del mondo degli uomini.

Nel 1800 con la nascita e l'affermarsi della fotografia come strumento atto a riprodurre la realtà meglio di come qualsiasi pittore avrebbe potuto fare, l'artista cercò una nuova via di espressione anche arrivasse dove la fotografia non poteva arrivare così la dimensione simbolica e onirica ebbero il sopravvento su quella empirica e quindi concreta.

Gli artisti cominciarono a raccontare un'altra realtà, una realtà mentale, simbolica ed emozionale, questo avvenne avvenne in corrispondenza di una diversa percezione dello spazio-tempo e l'affermazione delle geometrie non classiche.

E' anche vero che il vero artista, da sempre, sperimenta la sua arte, ricerca nuovi linguaggi e lo fa ancora di più se reagisce a quel fenomeno europeo del secondo ottocento di mercificazione in collegamento con l'esplosione industriale.

Renè Magritte, uno degli esponenti più di spicco del movimento di avanguardia surrealista, e non a caso definito “il poeta dei sogni” affermava « Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto poiché il significato della mente stessa è sconosciuto».

In una sua famosissima opera “ceci n'est pas une pipe” 1948 dipinge in modo molto realistico una pipa e sotto vi scrive “questa non è una pipa” proprio per sottolineare questa frattura tra l'immaginario simbolico e il reale.

Con l'evolversi delle forme d'arte la fotografia, da antagonista dell'arte, e da facile strumento di riproduzione di un'opera, diventa essa stessa strumento di espressione. Questo passaggio segna affermarsi di una nuova forma di arte: l'arte contemporanea che, affianco ai metodi classici (disegno, pittura e scultura), si fonde con la tecnologia.

Come afferma Argan nel 1989 “Fu attraverso il confronto con la fotografia che l'arte andò via via distaccandosi, per differenziarsi, dal concetto classico della mimesi, e si costituì in proprio una morfologia e un lessico senza radici naturalistiche. Ma la divisione di campo non durò, la fotografia invase anche quel dominio: si presentò come operazione più mentale che tecnica, potenzialmente creativa come e più dell'arte"

Nascono così nuove forme di espressione come la videoarte, basata sulla creazione e riproduzione di immagini in movimento, la digitalart che modifica o crea immagini attraverso il computer, e le performance e installazioni in cui l'opera si appropria dell'ambiente circostante, tutte forme d'arte che fanno della serialità una proprietà intrinseca.

Tutti strumenti al servizio della volontà di raccontare. Questa è la “sedia”, per il resto, come diceva Pablo Picasso, "Dipingere non è un'operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un'opera di mediazione fra questo mondo estraneo ed ostile e noi”

Vanessa Russo


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